lunedì 24 luglio 2017





1. Presentati ai nostri lettori
 Ciao! Mi chiamo Samuel, sono un autore di fumetti, principalmente conosciuto con Iayafly. Ho 34 anni, lavoro nel campo del fumettoillustrazione da circa 10 anni, anche se come autore completo sono ancora un esordiente.


 2. Prima di Nine stones di cosa ti sei occupato principalmente, e qual è la tua formazione artistica? Ho lavorato per sei anni in uno studio di animazione 3d, come character design, storyboard-artist, colorkey-artist. Poi ho deciso di rimettermi a collaborare nell’ambito del fumetto, che è sempre stata la mia passione principale, prima come colorista, per la Francia e per la Disney America, poi come autore del mio progetto personale Nine Stones, con storia, disegni e colore interamente miei.
 3. Raccontaci il processo di realizzazione di Nine stones
 Nine Stones nasce tantissimi anni fa, i protagonisti sono nati come una sorta di “sfogo artistico” per sublimare la mia disforia di genere. Negli anni li ho sviluppati meglio, sono cresciuti con me, fino a quando non ho trovato il coraggio di tirarli fuori in un progetto concreto, nel 2016. Ho cercato di strutturare la storia mettendoci tutte le influenze che mi hanno costruito artisticamente e narrativamente, superando la paura del giudizio: è una storia piuttosto “scomoda”.


 4. Hai avuto difficoltà nel farti pubblicare un’opera così controversa?
No, perché è stato in primis l’editore ad avere preso notevole coraggio, proponendomi la pubblicazione. Ovviamente L’EDITORIALE COSMO, l’artefice dell’edizione cartacea, ha fatto davvero un azzardo a portare Nine Stones in edicola, un fumetto con un certo stile di disegno “manga europeo”, provocatorio, con una storia cruda e delle tematiche così delicate. Quindi il merito va prima di tutto a loro.
 5. Nine stones, dal mio punto di vista è un’opera molto “musicale” con personaggi che potrebbero essere ricondotti a diverse scene. Quali sono stati i tuoi ascolti durante la sua realizzazione?
Tutte le scene sono state ispirate da molti gruppi musicali, che mi facevano da colonna sonora, proprio perché la storia l’ho concepita immaginando di girare un film, non di disegnare un fumetto. Ci sono stati parecchi gruppi e cantanti che mi hanno aiutato molto, per esempio Alex Turner, che io adoro follemente in tutte le cose che fa, sia con gli “Arctic Monkey” che con i “The Last Shadow Puppet”. Un altri gruppi che sentivo spesso sono i “Tame Impala”, i “Radiohead” ma in primis fra tutti “Il Teatro Degli Orrori” che amo talmente tanto da averli citati nel fumetto con il brano “Lezione di musica”.


 6. Oltre che musicale, l’ho trovata una storia molto cinematografica, ci sono possibilità di vedere una possibile trasposizione filmica?
 Il mio sogno è di vedere la serie televisiva live, non animata, ma con attori in carne e ossa. Perché è così che l’ho pensata in realtà, divisa in stagioni, e con finali cliffhanger studiati apposta. Spero succeda davvero!


 7. Quali sono i tuoi prossimi impegni lavorativi?
 Ce ne sono davvero molti, tra cui il seguito di Nine Stones, ma per altri non ne posso ancora parlare, posso solo annunciare il prossimo progetto a fumetti, in ordine di tempo, che stiamo presentando a Lucca 2017 insieme al mio compagno Davide La Rosa che scrive la storia. E’ un fumetto che non ha nulla a che fare con il genere di Nine Stones, è molto più delicato e romantico, dal titolo “Agata e il Birch”.


 8. Cosa ne pensi dell’attuale panorama fumettistico italiano?
 Che è pieno di giovani talenti emergenti che stanno sbocciando, che molti editori stanno riuscendo a cogliere e valorizzare nonostante la crisi economica. E molti lettori adolescenti si stanno riavvicinando al panorama fumettistico italiano, che era rimasto un po’ indietro per quanto riguarda le tematiche affrontante nelle storie, più rivolte agli exadolescenti anni ’80 che agli attuali. Sono davvero positivo per il futuro


Federico Tadolini

giovedì 15 giugno 2017





NERVE





Ormai siamo diventati una società popolata da automi, totalmente dipendenti dal telefono cellulare e dalla società che impone di apparire a tutti i costi.
Questo è il concetto su cui si basa questo thriller del 2016, arrivato da noi in netto ritardo rispetto al resto del mondo.
Tanti film si sono occupati della società corrotta, dei giovani manipolati dai media e asserviti a cazzatone letali per apparire quello che poi non sono.
Nerve, tratta di un gioco virtuale dove sono proprio gli spettatori che dettano le regole e decidono le sfide da proporre ai protagonisti.
Sfide sempre più rischiose, in palio c’è una bella somma di denaro e tantissima popolarità .
Ovviamente, i due registi scelgono come personaggi esclusivamente giovani, tutti caratterizzati in maniera semplice ma tremendamente efficace.
Ci sono le due migliori amiche, che segretamente sono gelosissime l’una dell’altra, c’è il ragazzo sfigatissimo innamorato di una di loro, c’è il bello e misterioso che rapirà il cuore della protagonista.
Ma soprattutto i veri protagonisti, sono i giovani 2.0 e il mondo virtuale.
La colonna sonora funziona perfettamente in bilico tra musica elettronica e synth pop, la regia è molto buona così come la fotografia in stile videoclip che farà storgere il naso ai puristi del cinema, ma in questo contesto funziona perfettamente .
Fino a quindici minuti dal termine, avrei parlato di un film veramente riuscito, cattivo, duro, secco, che riesce a disorientare lo spettatore e a farlo riflettere sul pericolo di questi nuovi media, senza dover ricorrere a scene d’impatto.
Però purtroppo con un finale a tratti imbarazzante, letteralmente buttato via e votato ad un buonismo assurdo tanto quanto ruffiano e paraculo, si riduce ad un semplice film discreto, che non annoia mai lo spettatore, ma che nasconde il braccio dopo aver lanciato un bel sasso pesante.



Federico Tadolini


venerdì 26 maggio 2017





47 METRI





Negli ultimi anni, sembra abbia ripreso il via il filone degli shark movie, divisibili in due filoni nettamente distinti, ovvero le produzioni  di b movie in stile super trash come il celebre Sharknado, ma anche un recente film con Dolph Lundgren e summer shark attack (di recente distribuito in dvd, ed è uno spasso tra arti mozzati in plastica e scene ultra splatter che però fanno ridere da tanto che sono artificiali).
In questo filone “acquatico” trash ci possiamo inserire anche dei parenti degli squali, ovvero i famelici piranha, con Piranha 3d di A.Aja (che comunque rimane un grandissimo regista), film gradevolissimo a base di tette, culi, e splatter.
Pochi anni dopo venne realizzato Piranha 3dd dal regista di Feast, in versione ancora più trash.
Parallelamente a questo filone di puro e semplice intrattenimento, l’anno scorso uscì Paradise beach, dove la presenza dello squalo era un puro e semplice sottotesto narrativo, mentre la protagonista era “l’istinto di sopravvivenza “ della ragazza.
Tutto sommato un buon film, poco capito da chi si aspettava il classico shark movie.
Il 25 maggio 2017, invece è uscito da noi questo 47 metri.
Devo dire, che alla prima del film, ha ricevuto un flop colossale, ovvero in sala eravamo cinque persone, cosa abbastanza discutibile visto che era un’anteprima e che non erano usciti i film che sbancano i botteghini in italia, ovvero le commedie sceme e i drammi esistenziali, con la patina buonista servita su di un piatto d’argento.
Nutrivo forti dubbi al riguardo del regista, Johannes Roberts, dopo il flop colossale del precedente film The other side of the door, un horror americano che copiava tutti gli stilemi dell’horror orientale, fugace apparizione in sala, e nemmeno distribuito in dvd.
L’intreccio alla base di 47 metri, nasce in maniera semplicissima e anche scontata, ovvero due sorelle dal carattere diametralmente opposto, che decidono di fare un immersione nell’oceano, chiuse dentro una gabbia metallica, a stretto contatto con lo squalo bianco.
Qua la sceneggiatura va decisamente a farsi fottere: una di loro, non ha mai fatto un immersione in vita sua, e decide di farla nell’oceano, chiusa dentro una gabbia?.
Inoltre decide di avventurarsi in questa folle avventura in compagnia di due perfetti sconosciuti, su di un imbarcazione che è un gozzo arrugginito e una gabbia che sembra uscita da una rimessa di cose usate ?.
Come faranno a rimanere sul fondo degli abissi? Si, avete indovinato, con una soluzione narrativa che più semplice non si poteva.
E proprio per questo, ho nutrito parecchi dubbi al riguardo della buona riuscita di questa pellicola, che procede comunque in maniera discreta per la seguente ora, tra ottime riprese subacquee e gli attacchi del predatore dell’oceano, realizzati in maniera egregia .
Il film, mantiene il carico di angoscia e claustrofobia, senza nessun cedimento, basandosi su due soluzioni: 1- i tentativi delle due ragazze nel risalire con i seguenti messaggi dalla radiolina 2- la sopravvivenza delle protagoniste che devono stare attente alla scorta di ossigeno e agli attacchi dello squalo.
La regia è buona, così come le recitazioni, tra cui svetta Matthew Modine nel ruolo del capitano del peschereccio, ottima la colonna sonora.
Quindi, 47 metri è un film che non annoia, che si lascia vedere, ma che mi ha lasciato perplesso per alcuni buchi narrativi, veramente indifendibili.



Federico Tadolini

venerdì 19 maggio 2017

SCAPPA- GET OUT



Avevo molte aspettative, al riguardo di questo film che ha fatto parlare parecchio e che in America è stato campione d’incassi.
In italia ha avuto una buona distribuzione, ma con pochissimo riscontro di pubblico (infatti dubito che rimanga in programmazione, per più di una settimana).
Il film è stato prodotto e distribuito dalla Blumhouse, la nuova casa di distribuzione mondiale del cinema horror, che partita in sordina è riuscita ad effettuare dei colpacci notevoli come ad esempio Paranormal activity (parlo di incassi, non di qualità della pellicola), e piano piano si è sviluppata notevolmente, fino appunto a diventare la massima autorità in ambito horror (e con qualche puntatina in altri lidi col notevole Whiplash).
Anche registi già affermati come M.N.Shyamalan, si sono affidati alla Blumhouse realizzando The visit, e Split con notevoli incassi anche in Italia.
Scappa get out, narra di una giovanissima coppia interrazziale,lui di colore, lei bianca di estrazione sociale alta.
L’intreccio è semplice, ovvero il primissimo incontro con i genitori di lei.
Appena entrati nel paese, serpeggia immediatamente un clima surreale, col primo scontro con il poliziotto (uno dei clichè del genere, vedi Venerdi 13, oppure per rimanere in territori più recenti e affini a questo film, Cabin fever di Eli Roth).
La tenuta dei genitori di lei, è una grossa villa che ci rimanda alle costruzioni coloniali con le piantagioni di cotone ovvero un grossissimo appezzamento di terreno, e la distinzione tra bianchi e neri è nettissima.
Tutti i servitori sono di colore, con uno sguardo che sembra lobotomizzato (non così estremo come nel celebre film di Torneur Ho camminato con uno zombi, però poco ci manca).
Il film si dipana per una buona ora, su questo filo sospeso tra il thriller surreale a tratti grottesco, ci sono alcune scene che in mano ad altri registi sarebbero scivolati nella deriva del pacchiano e invece qua giocando anche pesantemente sulle location alquanto indovinate e molto inquietanti e sulla distinzione giorno- notte, risultano sempre parecchio inquietanti.
Possiamo definire Scappa- get out, come una sorta di “indovina chi viene a cena?” in versione thriller- horror oppure una sapiente commistione di generi, visto che partiamo col classico slasher, con tutti gli espedienti del genere, procediamo nel thriller psicologico e andiamo a finire nel body-horror, assestando anche diversi colpi bassi allo spettatore.
In tutte queste derive, difficilissime da assemblare, non esiste una mezza nota stonata, anzi il twist finale è semplice, nemmeno troppo articolato, ma dannatamente funzionale.
Le recitazioni funzionano benissimo, compresa la colonna sonora.
Insomma, non fatevi scappare questa chicca di film.
https://www.youtube.com/watch?v=6A-9yr8j2iE&t=41s

Federico Tadolini

venerdì 21 aprile 2017

BYE BYE MAN




La recensione, potrebbe intitolarsi Bye bye man e la fiera dei luoghi comuni realizzati da Stacy Title.

Purtroppo, non ci siamo proprio, una delle maggiori delusioni del 2017, mentre quella del 2016 rimane ouja2 , non tanto perché il film è brutto (il primo ouja era pure peggio, ma perché da Mike Flanagan il regista di Oculus, mi aspetto sempre il salto di qualità, che probabilmente non avverrà mai).
La trama è la solita di altri 150 film usciti dopo Scream di Wes Craven, tre ragazzi universitari si trasferiscono in una casa in affitto a buon mercato.
Dopo una seduta spiritica risvegliano un’entità diabolica, che gli procurerà degli incubi e farà vedere loro cose che altri non vedono.
Partiamo dalla caratterizzazione dei personaggi: principalmente abbiamo quattro personaggi.
Il ragazzo della porta accanto che indossa magliette musicali che denotano ottimi gusti (Dead Kennedys, Violent Femmes, Joy Division), sta con una bella ragazza bionda (viso angelico, discreto fisico), ed è gelosissimo del suo migliore amico di colore fisicato.
A questi coinquilini, si aggiunge un quarto personaggio, che seguendo il concetto di luoghi comuni, è quella strana, abbigliamento dark, piena di tatuaggi e che decide di fare una seduta spiritica.
Il film prosegue, per circa un’oretta e mezza tra sbadigli, dialoghi sul nulla (non pretendo Tarantino in questi film, ma un dialogo intelligente mettiamocelo dai..), apparizioni che sai già quando arriveranno e pure una bella trashata con l’occhiolino della poliziotta al ragazzo di colore, facendogli capire che l’entità ora è anche dentro di lei.
Ok, quindi per il momento è tutto pessimo, ma allora per soddisfare perlomeno il pubblico teen, ci sarà qualche bella scena splatter? Macchè, fondamentalmente non si vede una mazza, se non qualche schizzo di sangue, qualche corpo sanguinante.
Tutto quello che ti permette di rimanere in un contesto di film per tutti, senza ricorrere al divieto ai minori di anni quattordici.
Qualcosa funziona in questa roba? Si, la colonna sonora è fatta bene, funziona correttamente e ci sono almeno due scene che mi sono piaciute dal punto di vista registico.
Per il resto, buio pesto, compresa la caratterizzazione di questo nuovo “villain”.
Non venitemi a dire, che in questo contesto è già stato fatto tutto, perché anni fa il buon Derryckson con Sinister, riuscì a fare un ottimo film horror.
https://www.youtube.com/watch?v=mwLoCLcsDd8

                                                                                                          Federico Tadolini

mercoledì 5 aprile 2017

ELLE




Paul Verhoeven insieme a Lars Von Trier è uno dei registi più estremi attualmente in circolazione.
Ogni film che realizza, puntualmente suscita sempre grandissimo scalpore e non lascia mai indifferenti.
Io lo scoprii da piccolo, grazie a Robocop, convinto che si trattasse di un semplicissimo film per ragazzi, rimasi sbigottito di fronte a così tanta violenza e cattiveria.
Ovviamente, il più grande boom mediatico, avvenne con Basic istinct, tecnicamente impeccabile, confezionato in maniera eccelsa, dal mio punto di vista, rimane un semplice film di cassetta, che riuscì grazie soprattutto al fascino di Sharon Stone e appunto alla classe di Verhoeven.
Dopo alcuni film che non hanno riportato una grande risonanza mediatica come Black book e Steekspel, finalmente ritorna con Elle a far parlare di sé, finalmente l’autore, il grande regista ritorna a scandalizzare.
Elle è un film difficilissimo, molto conturbante e pieno zeppo di contenuti.
Ha una durata di due ore e dieci minuti, che scorrono via in maniera velocissima e senza possibilità di mollare lo schermo per dieci secondi.
Michelle, interpretata magnificamente da Isabelle Huppert (mai così brava e nella parte), è una donna di mezza età, dal passato travagliato, la sua vita è costituita dalla sua carriera come manager in un importantissima ditta di videogiochi.
Un giorno, viene brutalmente stuprata nella sua abitazione e nei giorni successivi, continua ad essere tormentata dal suo aguzzino.
Il sottotesto da thriller-noir è un escamotage del regista che ci introduce e descrive accuratamente tutta una serie di personaggi, vuoti, completamente negativi, dalla vita costellata di fallimenti, tutti alle prese con le proprie frustrazioni, parafilie sessuali.
L’investigazione di Verhoeven, come in tutti gli altri film, non lascia scampo e la macchina da presa entra direttamente dentro i vari personaggi, mettendo alla berlina, facendo conoscere allo spettatore tutto quello che nella vita reale dovrebbe rimanere nascosto.
Non ci sono personaggi positivi, fino al diabolico finale.
Verhoeven appunto come Lars Von Trier, è un regista che ama mostrare, anche nelle situazioni scabrose ed Elle non è da meno, la scena dello stupro è discretamente forte, così come altre scene, viene mostrato tutto quello che serve ad una caratterizzazione e dimostrazione che il vero protagonista della pellicola è appunto il regista, e che i personaggi sono tutti marionette.
La colonna sonora funziona, così come la sceneggiatura, senza sbavature e le interpretazioni sono ottime, tra cui appunto quella della straordinaria Isabelle Huppert, donna glaciale, vuota, senza più reazioni di fronte ai colpi della vita.
Film consigliatissimo, questo è cinema.
https://www.youtube.com/watch?v=H-iBBgcp7PY


                                                                                                      Federico Tadolini

mercoledì 29 marzo 2017

LIFE
NON OLTREPASSARE IL LIMITE



Pellicola del 2017, diretta da Daniel Espinosa, già regista di uno dei film che più mi ha fatto sbadigliare al cinema, ovvero child 44.
In ambito fantascienza, sicuramente possiamo stabilire con certezza, che dal 2000 in poi abbiamo potuto vedere ottime pellicole, come Moon, Inception, Interstellar, Gravity, ma anche Astronaut the last push, distribuito solo in home video, senza passare dalle sale cinematografiche.
Life si colloca in quel filone fanta-horror, visto e rivisto tante volte, e dove i capostipiti sono Terrore nello spazio di Mario Bava e Alien di Ridley Scott, senza voler scomodare le pellicole di fantascienza degli anni cinquanta.
La trama quindi è la solita, senza digressioni psicologiche e senza voler cercare l’incastro narrativo a tutti i costi.
Un team composto da astronauti di diversa nazionalità, recupera una sonda spaziale con annessa presenza extraterrestre.
Ben presto, si rivelerà essere ostile e aggressivo all’inverosimile, facendo strage dell’equipaggio.
C’è da dire che questi film compreso il riuscito Punto di non ritorno (Event horizon), hanno sempre fatto breccia dentro di me, trasportandomi in mondi ignoti e fantastici.
Life, funziona perfettamente, ottima regia, ottima fotografia e recitazioni riuscite con attori in parte.
La colonna sonora interamente strumentale, accompagna benissimo le immagini, senza sovrastare l’azione.
Superbo il sound design del film, mentre la nota dolente è quando il regista vuole eccedere, e spingere sul versante drammatico della pellicola, cercando di approfondire la psicologia dei personaggi mettendoli alla prova con la sopravvivenza.
Tentativo, veramente poco approfondito e che a mio modo di vedere, cozza violentemente con il taglio precedentemente dato al film e che funzionava a meraviglia.
In ogni caso, si tratta di un film riuscito e che consiglio tranquillamente.
Trailer ufficiale https://www.youtube.com/watch?v=9Hmi3hJulEM

Federico Tadolini

mercoledì 22 marzo 2017

THE AUTOPSY OF JANE DOE




A sorpresa arriva nei cinema italiani questo chiacchieratissimo film di Andre Ovredal, già regista del riuscito Troll hunter.
Nella prima settimana di programmazione, autopsy of Jane Doe viene programmato solo nei circuiti uci cinema, mentre dalla seconda settimana ha avuto una distribuzione più regolare.
E sicuramente ne è valsa la pena.
Negli Stati Uniti, ad una persona senza identità accertata viene dato il nome John Doe, o appunto Jane Doe.
E la struttura narrativa del film, parte col ritrovamento del cadavere di una giovane ragazza, completamente nuda e senza identità.
Il risvolto da crime film, viene ribaltato per poi sprofondare nel filone horror movie con numerosi colpi di scena, tutti sicuramente ben riusciti.
La location è una claustrofobica sala di autopsie sotterranea dove i protagonisti sono padre e figlio, alle prese con l’orrore che diventa ben presto reale.
Ci sono numerosi elementi orrorifici che impressioneranno lo spettatore, sia con elementi di suspense con i classici salti sulla sedia, sia con immagini di forte impatto come l’autopsia della ragazza, dove non ci viene risparmiato niente.
Autopsy è un film curato sotto tutti gli aspetti, compresa la sceneggiatura, e risulterà un vero e proprio toccasana per lo spettatore.
Sicuramente non è un film per tutti, alcune immagini possono disturbare.
Il regista riesce avvalendosi anche di una musica parecchio indovinata a incutere paura nello spettatore.

Federico Tadolini
NIGHT SWIM





Cortometraggio del 2014 scritto e diretto a quattro mani da Rod Blackhurst e Bryce James McGuire, della durata di poco più di tre minuti.
La scelta registica è quella di realizzare un lavoro in pochissimi minuti, ma di sfruttarli tutti adeguatamente.
E direi che ci sono riusciti perfettamente, giocando con i contrasti.
Quindi: atmosfera rilassante, una bellissima ragazza nuota nella piscina in giardino, musica jazz di sottofondo, presenza del suo gatto, tutto sembra filare per il verso giusto.
La ragazza scende sott’acqua e le sembra di scorgere una figura umana che la sta osservando a bordo della piscina.
Da questo momento, il cortometraggio prende decisamente un’altra piega, i colori si fanno più scuri, notturni abbandonando il celeste iniziale, la musica si fa cupa e ben presto capiremo l’entità della presenza.
A differenza di alone time, con night swim ci spostiamo nella deriva dell’horror puro, con una presenza dell’entità ben caratterizzata e che ha sempre il suo fascino, un pochino derivativa dagli horror giapponesi.
Superba la regia, con diversi virtuosismi degni di nota, come nella sequenza iniziale e ben studiata la fotografia e la colonna sonora.
Anche in questo caso Night swim, fa perno principalmente sulla tensione e cerca di mettere a disagio lo spettatore con le proprie paure come se fosse una sorta di home invasion mescolato con lo slasher movie, per poi appunto prendere la deriva horror, ben studiata e che funziona perfettamente.
Visibile gratuitamente su youtube e vimeo


https://www.youtube.com/watch?v=R5mPELbWVDk

                                                                                                            Federico Tadolini


ALONE TIME




Cortometraggio del 2013 girato da Rod Blackhurst, della durata di poco più di dodici minuti.
La trama è abbastanza semplice: una giovanissima segretaria, stressata dalla vita quotidiana e dal lavoro sedentario seduta ad una scrivania, decide di andare in una zona naturale, per fare del campeggio e riscoprire la libertà.
Ci sono appunto cortometraggi che puntano molto sull’impatto visivo e altri che invece puntano sulla suspense e sulla tensione.
Alone time appartiene agli ultimi citati: un lavoro veramente superbo, dove senza far vedere niente di violento,  di particolarmente inquietante, riesce sempre a mettere a disagio lo spettatore.
Splendidamente descritta la vita della protagonista, con l’utilizzo della macchina da presa che ci illustra lo squallore e la solitudine che avvolge la bella ragazza.
Blackhurst gioca con i generi e principalmente con lo slasher.
Alone time, lo classificherei tranquillamente come uno slasher atipico: ci sono tutti gli ingredienti di questo sottogenere, la ragazza indifesa vittima ideale, la zona boschiva isolata dove lei cammina e la camera la riprende da dietro i cespugli, come se fosse l’occhio del killer che spia la vittima.
Il lago, che rimane sempre inquietante e appunto il campeggio, cose viste e riviste, ma appunto Alone time è stato concepito e realizzato in maniera intelligentissima.
Tutto funziona al meglio: la regia, la bellissima fotografia degli spazi naturali, la musica sempre presente ad accompagnare le immagini, la recitazione e soprattutto un colpo di scena finale che non si dimentica facilmente.

Ottimo, e visibile gratuitamente su youtube e vimeo.

https://www.youtube.com/watch?v=pUkXIgBHk8Q&t=101s

                                                                                                          Federico Tadolini

martedì 21 marzo 2017

IL MORSO DELLO SCIACALLO






Il morso dello sciacallo è l’ultimo romanzo di Paolo Di Orazio (già presente in questo blog con una brevissima intervista e con la recensione di Debbi la strana).
Di Orazio dal mio punto di vista, rappresenta al meglio il proverbio: nessuno può essere profeta in patria.
Già perché lo scrittore che ha ricevuto anche il premio Polidori, le sue soddisfazioni se l’è tolte, però ha raccolto sicuramente molto meno di quello che ha seminato.
Una carriera molto poliedrica, da artista puro e da appassionato del genere horror, come dimenticarsi i fumetti di Splatter, Mostri (Acme edizioni), che diedero il là ad una vera e propria ondata di uscite nelle edicole come Bloob, Gore Scanners che presero molto spunto, dalle creazioni del team di Paolo.
Primi delitti, che portò in Italia quella corrente letteraria che amo così tanto, ovvero lo splatterpunk.
L’indagine parlamentare che ne seguì, si può inserire tranquillamente nella scarsa comprensione dei testi e nella mancanza di ironia da parte di molti cazzoni in giacca e cravatta.
L’ironia: una delle componenti fondamentali della produzione letteraria di Paolo Di Orazio, cosa che lo contraddistingue anche nella sua vita privata.




Il morso dello sciacallo è un libro molto visivo, l’ho letto e l’ho vissuto come fosse stato un film, mi immaginavo i volti dei personaggi, i luoghi dei delitti e anche le modalità con cui avrei potuto realizzare gli omicidi, servendomi dell’ausilio di qualche esperto di effetti speciali.
L’ambientazione è Roma, una città notturna, sporca, piena zeppa di vicoli, di boschi dove i disperati come tossici, prostitute e papponi, tirano a campare tra mille espedienti.
Ma soprattutto dove tutti gli scontenti, possono regredire e provare il brivido della trasgressione di scopare con un trans o una prostituta minorenne.
Come contrapposizione a questi disadattati, si staglia sulla città l’inquietante presenza di Afareen un piccolo bambino prodigio e il suo manager Murnau, pronti a conquistare il pubblico e a succhiare l’innocenza ai giovani seguaci del nuovo fenomeno del web.
Il morso dello sciacallo, consiste in poco più di trecento pagine, molto scorrevoli e contiene tutte le caratteristiche del modo di scrivere di Paolo Di Orazio:  violenza estrema descritta nei minimi particolari (alcuni omicidi sono veramente forti), ironia ed eleganza formale.
Perché lui sa scrivere e come tutti i bravi scrittori, renderebbe interessante anche la lista della spesa.
Un’altra cosa che mi ha particolarmente colpito è il riuscire a non scadere mai nella volgarità.
In questo libro, sono presenti diverse scene di sesso estremo, descrizioni di fluidi corporei, piercing genitali, e altri espedienti tipici dello splatterpunk, eppure si legge che è un vero piacere.
I personaggi sono tutti ben caratterizzati, caricaturali ed eccessivi anche nei gesti più quotidiani come mangiare delle polpette cucinate dalla mamma.
La superba caratterizzazione, permette allo scrittore di poter usufruire dei suoi interpreti ogni volta che vuole all’interno del romanzo, tanto rimarranno scolpiti nella mente del lettore.


Federico Tadolini

venerdì 17 marzo 2017



NIGHT OF THE SLASHER



Cortometraggio del 2015 del regista Shant Hamassian della durata di poco più di undici minuti.
Il film inizia in modo alquanto singolare: primo piano di un fondoschiena femminile, la ragazza accende lo stereo e inizia a spogliarsi al ritmo della musica.
Suonano alla porta, un amico e quindi inizia a bere in maniera forsennata della birra per poi flirtare con lui.
Improvvisamente la ragazza prende un taccuino dove sono inserite le regole per il film horror e più precisamente per lo slasher movie.
1-    Ballare mezza nuda
2-    Bere birra
3-    Assumere droga
4-    Fare sesso.
Tutte regole che il buon Wes Craven ci aveva già illustrato nel capolavoro di Scream.
Dopo che i rituali sono completati, irrompe il killer con una stranissima maschera di gomma, perfettamente in regola con i film anni ottanta che inizia il suo gioco al massacro.
La final girl ingaggia quindi una durissima lotta con lui, non risparmiando sangue e sudore.
Il cortometraggio è quanto di più riuscito, si possa trovare in ambito indipendente, realizzato veramente nella migliore delle maniere.
Poco budget, tantissime idee, magari semplici ma sfruttate al massimo.
Geniale, la trovata finale, recitazioni veramente superbe e colonna sonora che si adatta benissimo a quello che vediamo.
Un vero e proprio toccasana, che farà sicuramente divertire tutti gli appassionati del genere.
Visibile su vimeo.
https://vimeo.com/127454533

voto: 10/10 ( e complimenti al regista)
FEDERICO TADOLINI


THE RING 3





Torna nei cinema, dopo il secondo capitolo del 2005, la saga che diede il là ai vari remake americani di classici del genere giapponesi.
Innanzitutto c’è da dire che mai gli americani, hanno voluto fare il classico remake copia e incolla delle pellicole giapponesi, perché la suspense e il loro classico modo di far paura allo spettatore è sempre mancato.
Anche questo the ring 3 non si discosta minimamente dai film precedenti: interpreti teen,, regia che più semplice non c’è, musica essenziale, la classica durata di un’ora e mezza e così via.
Quindi si tratta di un prodotto ben confezionato e impacchettato per un pubblico sotto i quattordici anni, ragazzetti che vanno al cinema la domenica pomeriggio con coca cola e pop corn.
I primi trenta minuti funzionano anche: il personaggio maschile deve trasferirsi in un campus, lasciando quindi la sua bella compagna da sola.
Improvvisamente sparisce e quindi compare il video di Samara.
La cosa più interessante di tutto il film è proprio il video in questione: inquietante al punto giusto, per il resto gli omicidi sono tutti realizzati per avere il visto censura per tutti.
Zero sangue, zero gore.
Le recitazioni funzionano, perfettamente inserite in questo contesto di film.
Quindi consiglio The ring 3 solo ed esclusivamente agli appassionati del genere e a quei malati di mente come me che vanno a vedere ogni film horror che esce nei cinema.
Per essere una prima visione, ieri è stato un record negativo di affluenza.


Federico Tadolini

giovedì 9 marzo 2017


                                                      GIULIO CIANCAMERLA






1-    Parlaci di te e del tuo background cinematografico
Io nasco (e rimango) appassionato di cinema, letteratura e musica in modo compulsivo. È stato così fin dall'infanzia, quando smanettavo col primo videoregistratore e leggevo più o meno di nascosto i libri di Stephen King. Durante l'adolescenza ho realizzato i tipici corti “no-budget” che montavo direttamente in VHS e che cercavo di far proiettare un po' in giro. A un certo punto ho capito la differenza tra arte e mestiere e ho messo da parte la videocamera e i sogni di gloria per fare dieci anni di gavetta. Ho lavorato come operatore e montatore per delle piccole tv private per poi iniziare a propormi come assistente e aiuto regia, sempre in progetti indipendenti. Per scelta mia e di altri. Posso dire che non conosco i set del “cinema vero”, quelli dove il regista ha la sedia col suo nome e tutti gli apparati scenografici. E per il momento mi sta bene così. In quegli anni di prime esperienze, folgorato sulla via del punk, con alcun* “partner in crime” ho aperto una micro etichetta-distribuzione di fanzine e musica rumorosa di vario genere, che abbiamo portato avanti a intermittenza dal 2004 ad oggi. Questo ha contribuito a consolidare un background fatto di stimoli diversi e l'interesse per i mondi alternativi alla realtà codificata dal buonsenso.

2-    Da dove è nata l’idea di Undercover mistress?
Lucio Massa, produttore indipendente che avevo conosciuto sul set di Hippocampus m 21th, finite le riprese del successivo Violent Shit – The Movie di Luigi Pastore, mi ha chiesto se me la sentivo di dirigere un corto. Dopo dieci anni di lavori alimentari, di promo rimasti a metà e di ruoli da assistente, non aspettavo altro. Lucio mi ha parlato di un suo soggetto che parlava di BDSM e ritualità, io gli ho proposto una storia sulla decostruzione della vendetta “rape & revenge” e sullo slittamento delle identità di genere. Abbiamo pensato che c'erano degli elementi in comune, soprattutto il concetto di performance che riguarda tanto il ruolo della mistress quanto il “gender”, così abbiamo scritto un trattamento fondendo i nostri soggetti. Vista la comune passione per il cinema horror e bizzarro, il principio base è stato usare le forme del “genere” per trattare il contenuto delle “identità di genere”. Sia io che Lucio già pensavamo agli attori/performer che sono stati coinvolti, quindi è stato naturale discutere con loro tutte le sfumature della storia, soprattutto gli aspetti più spinosi, prima di chiudere la sceneggiatura.






3-    Quali sono state le principali difficoltà per la realizzazione di questo cortometraggio?
Come in ogni lavoro low-budget le difficoltà sono state di tipo pratico: abbiamo fatto cinque giornate di riprese spalmate in tre mesi e per chiudere la post-produzione c'è voluto quasi un anno. Abbiamo voluto seguire ogni aspetto al massimo delle nostre possibilità ed eravamo consapevoli della dilatazione dei tempi. Dalla nostra abbiamo avuto la massima disponibilità da parte del cast, della troupe e di supporters che ci hanno aiutato in vario modo.

4-    Hai incontrato problematiche relative alla censura durante il percorso del film?
Non voglio assumere pose da maledettismo, che non interessa a nessuno di noi, ma nel concreto in Italia abbiamo incontrato un muro di silenzio. Se siamo arrivati a 40 selezioni ufficiali nel resto del mondo, qui, esclusi L'Aquila Horror Film Festival e l'Underground Film Festival delle Marche, non abbiamo ricevuto riscontri di nessun tipo. Non parlo dei grandi festival istituzionali ma di quelli indipendenti, underground, horror, queer, legati ai movimenti sociali e culturali o alla sessualità in genere che abbiamo meticolosamente contattato. Sono perfettamente consapevole dei limiti tecnici di un progetto indipendente come il nostro, della tematica ostica e dell'approccio provocatorio che di certo non aiuta ma ci aspettavamo qualche input in più. Magari anche delle stroncature. Quindi non saprei se definirla censura o disinteresse. Inoltre ci sono state delle reazioni negative da parte di chi ha voluto leggere nel corto un elogio dello stupro come vendetta e un punto di vista sessista viziato dal mio essere “maschio-bianco-eterosessuale”. Per fortuna si è trattato di una minoranza, per fare un esempio come al Berlin Porn Film Festival, dove, con una sala piena e piacevolmente rumorosa, un gruppo di ragazze ci ha attaccato e ha interrotto la presentazione. Questo è stato l'aspetto più spiacevole perché dopo 15 anni di attivismo di vario tipo e lavoro sotterraneo nella controinformazione, mi aspettavo degli attacchi da fronti reazionari (visto che si parla di gender), e non da persone con cui credevo di condividere delle battaglie culturali. Essere fraintesi insinua il dubbio che stai comunicando male le tue idee ma è il rischio che corrono le storie non lineari con degli elementi che hanno più letture allo stesso tempo. Inoltre, sarà banale, ma oggi si fatica ad accettare la messa in scena del nichilismo e l'assenza di moralità. Ma si sa, questa è una vecchia storia.

5-    Che vita avrà questo cortometraggio?
Abbiamo deciso di tentare la strada dei festival quindi per un anno il corto è rimasto inedito. C'è l'intenzione di fare un dvd zeppo di extra , tra cui qualche vecchio lavoro in versione 2.0. Probabilmente ci sarà una distribuzione online VOD e continueremo a lavorare per proiettare Undercover Mistress in realtà parallele alle sale cinematografiche. Tutte le news si troveranno, inevitabilmente, sulla nostra pagina di quel marchingegno infernale che è Facebook.