mercoledì 13 dicembre 2017




CHRISTMAS SEASON MASSACRE




Film americano di poco più di un’ora girato da Jeremy Wallace, pressoché sconosciuto da noi, è stato distribuito in dvd dall’etichetta americana, specializzata nel cinema indie extreme SUB ROSA.
La trama segue fedelmente i clichè dello slasher movie, ovvero il pazzo di turno, fa a fette chiunque gli capita a tiro, le coppiette sono il suo bersaglio preferito.
Cosa aspettarsi da questo Christmas season massacre? Solo divertimento, anzi solo sfrenato divertimento a base di violenza e frattaglie.
Se cercata una minima parvenza di qualità, lasciate stare, siamo nel campo del cinema più sfrenato e delirante possibile, un’orgia di scorrettezza tecnica-narrativa e visiva.
La caratterizzazione del “villain” è ridicola: un tizio in pantaloni corti e con una benda da pirata su di un occhio.
Quindi partiamo dall’incoerenza temporale: ovvero il film dovrebbe essere ambientato a natale e invece tutti gli attori indossano pantaloni corti, c’è sempre il sole e nessun tipo di addobbo natalizio.
Ma appunto, avevo detto di lasciare perdere queste cose, ogni tanto si sente una canzoncina natalizia, tanto per far capire allo spettatore che il film si intitola Christmas season massacre.
E di massacri, ce ne sono quanti ne volete e tutti parecchio cruenti: dall’evirazione dello sfigato di turno, all’eviscerazione, alla pugnalata nella vagine ecc..una bellissima orgia di sangue e violenza in pieno stile Schnaas.
Appunto il cinema o l’anti- cinema di Schnaas (ma chi cazzo se ne fotte, a me questi film divertono ancora a trentotto anni suonati), è il riferimento per questo film.

Se cercate altro, rimarrete delusi,  se vi piace lo splatter più violento, rozzo nel pieno stile anni ottanta, non posso che consigliarvi Christmas season massacre.

lunedì 4 dicembre 2017



                                               INTERVISTA A FRANCESCO TATOLI





         Parlaci di te e della tua formazione artistica
- Ho 34 anni. Vivo a Polignano a mare provincia di Bari. Dall'età di sei anni mi nutro di cinema, cartoni e serie tv. Successivamente di videogiochi, fumetti di ogni genere. Libri e statue ( personaggi di film ). Colleziono di tutto. Disegno sin da piccolo, copiando e interpretando ogni disegnatore che mi suscitava interesse. Anni e anni di esercizi fino a trovare il mio stile attuale. 100% autodidatta.





         Quanto tempo di lavorazione ha necessitato AKI?
- Nove mesi. Un lavoro massacrante sotto ogni punto di vista.

        Com’è avvenuta la collaborazione con Inkiostro? Pensi che un’altra casa editrice in Italia, avrebbe potuto avere così coraggio nel pubblicarlo?
- Inkiostro l'ho conosciuta per caso a Lucca comics 2013. Ma solo nel 2015 mi resi realamente conto della sua enorme potenzialità. Avevo questa storia 'malata' con rifermenti scifi-conspiracy e decisi di svilupparla. In 4 mesi creai Aki. Andai personalmente da Rossano Piccioni a Martinsicuro. Presentai il progetto e Rossano disse si. Ero assolutamente consapevole che al di fuori di Inkiostro nessun altra casa editrice l'avrebbe pubblicata.




         Come vedi l’attuale panorama fumettistico italiano?
- Negli ultimi anni si è sviluppato enormemente. Proponendo molte idee interessanti e grandi artisti. Finalmente le barriere del " classicismo" si stanno infrangendo.

         “Aki è il fumetto più nero che possiate leggere”, conosco Piccioni e la casa editrice inkiostro dal numero 0 di Cannibal family, quindi sapevo che non era la classica frase a sensazione. Parlaci di AKI, esiste un concept dietro alla figura di questo essere?
- Aki è un uomo. Nulla di più, nulla di meno. Fortemente disturbato, intelligente, sadico e freddo. Fedele ai 7 culti. Pediofobico. La sua vera natura lo costrige ad indossare una maschera enorme di bambola. Aki ' Cordoglio ' è un viaggio distorto, malato. Ho cercato di rappresentarlo nel modo più folle possibile.



         AKI contiene tantissima violenza estrema, tutto graficamente reso visibile, tanto linguaggio estremo, violenza sulle donne, elementi esoterici, snuff movie.
Tutte cose che possono infastidire un lettore non abituato a queste cose. A chi ne sconsiglieresti la lettura?
- Aki è rivolto ad un pubblico maturo e consapevole che, oltre al bigottismo della realtà quotidiana, c'è dell'altro che ci viene celato.



         Sono un appassionato di cinema e la lettura di AKI mi ha ricordato il film sperimentale Begotten, soprattutto per la presenza del demiurgo e l’ambientazione post apocalittica.
-  Begotten non ha nulla a che fare con Aki. Nè tantomeno riferimenti al 'Gnosticismo, Aki non ha nessun tipo di influenza cinematografica.

         Parlaci dei tuoi prossimi lavori, in particolar modo, ci sarà un seguito di AKI?
- Per ora ho tre progetti in stand by. Tra cui il seguito di Aki.

         Esiste una colonna sonora musicale per addentrarsi nel mondo di AKI?
- Se Aki diventasse un film, Akira Yamaoka. Nessun altro.

Federico Tadolini


giovedì 30 novembre 2017



FLATLINERS




Nel 1990 usciva Linea mortale, un thriller di Joel Shumacher con un supercast composto da Kevin Bacon, Kiefer Sutherland e la mega star del momento ovvero Julia Roberts.
Era un film molto particolare, che rinfrescava il mito di “Frankenstein” attualizzandolo ai giorni nostri con protagonisti dei giovanissimi medici.
Nel 2017 invece è arrivato finalmente il momento di farci un remake e nelle nostre sale esce questo Flatliners di Niels Arden Oplev, che ha come protagonisti attori poco conosciuti, tranne Kiefer Sutherland nei panni di un medico.
Il film segue fedelmente come trama l’originale e per i primi quarantacinque minuti, si sviluppa come il più fedele dei remake, per poi remare in contesti di  horror puro, mentre l’originale era maggiormente improntato verso le derive psicologiche.
Flatliners è un film che si lascia vedere per tutti gli abbondanti 110 minuti, senza annoiare e regalando anche qualche spavento (jumpscare), nel rispetto della tradizione horror orientale, ma non lascia il segno, perdendosi nel mucchio di tantissimi horror fini a se stessi e senza mai affondare il colpo, rimanendo un film per tutta la famiglia.
Le recitazioni funzionano e la colonna sonora è molto di maniera senza motivi che si possono ricordare ma di puro accompagnamento per le immagini.
https://www.youtube.com/watch?v=a1S52y5ZVlY

Federico Tadolini

giovedì 23 novembre 2017



AKI







Aspettavo con trepidazione questo AKI di Francesco Tatoli.
Lo aspettavo incuriosito soprattutto dalle parole del boss della casa editrice Inkiostro Rossano Piccioni “Aki è il fumetto più nero che possiate leggere, dette appunto da lui che ha creato Cannibal family (per chi non lo conoscesse il fumetto più estremo attualmente in circolazione) e anche da una copertina molto accattivante con un essere dalla testa deforme che strangola una donna.
Direi che le aspettative sono state ampiamente ripagate e anche di più….
Chi è AKI?
AKI è una sorta di demiurgo del male che si aggira in mezzo ad un’umanità corrotta, in preda al caos più devastante.
AKI è un’opera rivoluzionaria, che creerà parecchie polemiche per i suoi contenuti.
La violenza grafica è quanto di più estremo si possa trovare in circolazione, ci sono tutte le aberrazioni dell’essere umano, il tutto disegnato in maniera eccellente in un contesto di “pura desolazione urbana, famigliare e anche cinematografica, visto che vengono tirati in ballo anche i famigerati snuff movie.
AKI è un’opera che trasuda filosofia, esoterismo, che fa male al lettore, riuscendo ad immergerlo in un contesto di pura follia, di puro nichilismo, riesce a metterlo a confronto con le sue paure più nascoste.
Non esiste ironia, tutto è nero,marcio e sporco.
Non so se consigliare AKI a tutti, ovvero sicuramente è una lettura riservata ai maggiorenni, ma soprattutto ai lettori intelligenti che sanno distinguere tra arte pura (come in questo caso) e spazzatura pornografica (come quei filmati isis che vengono trasmessi in tv).
Quindi ben venga AKI e faccio pubblicamente i miei personali complimenti a Francesco Tatoli e a tutte quelle persone che hanno avuto il coraggio di pubblicarlo.
                                                                                                  Federico Tadolini

mercoledì 15 novembre 2017





LE ARDENNE- OLTRE I CONFINI DELL’AMORE






Capita un giorno di passare davanti al cinema centrale di Viareggio, ed essere colpiti da una locandina molto accattivante, con una macchina che di notte percorre una zona boschiva.
Il lancio pubblicitario è molto d’impatto “tanto potente quanto Fargo, Trainspotting e i primi film di Quentin Tarantino”, parole forti del sito Indiewire.
Orario di programmazione: solo in fascia pomeridiana alle ore 17.30, solo martedi, mercoledi e giovedi.
Andare al cinema di pomeriggio, non mi è mai piaciuto, faccio una rapida ricerca e non ho nessun dubbio.
Il film di Robin Pront è stato candidato agli oscar come miglior film straniero del 2017 e ha come protagonisti due fratelli e una giovane ragazza.
Tutti e tre sono disadattati, uno è appena uscito di galera dopo una violenta rapina dove era stato coinvolto anche il fratello, che però se l’era scampata.
L’altro lavora in un autolavaggio e in passato aveva avuto grossi problemi di alcolismo, mentre la ragazza in passato era stata la compagna del carcerato, mentre adesso sta con l’altro fratello.
Un passato burrascoso, con grossi problemi di tossicodipendenza, mentre adesso cerca di redimersi.
Quindi un intreccio a tre, con l’amore che è un chiaro sottotesto, che tramuta in gelosia malata, dal momento che l’ex carcerato è ancora follemente innamorato di lei.
La sua presenza, romperà tutti gli equilibri che si erano creati.
Il film della durata di un’ora e trentacinque minuti, scorre via velocemente, più che ai film e registi citati da Indiewire, a me è venuto in mente il primissimo Refn e in particolare alla trilogia di The Pusher.
Personaggi sconfitti, in cerca di redenzione che non avverrà mai, paesaggi notturni squallidi o pieni zeppi di solitudine, il tutto immerso in un contesto urbano degradato.
Le recitazioni funzionano perfettamente, così come la colonna sonora.

Le ardenne è un film che non dovete farvi scappare, cattivissimo, feroce e senza speranza.
https://www.youtube.com/watch?v=y0nsmgI7dJw

lunedì 13 novembre 2017




BAISE MOI- SCOPAMI

Rovistando nella mia interminabile videoteca personale, composta non solo da dvd, ma anche da vhs e film in supe 8, mi sono imbattuto per caso in questo film, che comprai parecchi anni in dvd in versione ex noleggio.
Il film diretto da Virginie Despentes suscitò parecchio scalpore al momento della sua uscita, più che altro per la sfortuna che girava intorno a questa pellicola, a cui venne infatti affibbiato l’aggettivo di film maledetto.
Una delle due protagoniste, ex star del cinema a luci rosse e desiderosa di abbandonare il mondo del porno, per intraprendere un altro tipo di carriera, si suicidò dopo poco tempo, delusa soprattutto dalla decisione della commissione censura di far circolare Baise moi, solo nel circuito dei film porno.
Sicuramente di Baise moi, se ne ricordano veramente in pochi, passato in sordina nei festival, una distribuzione limitata in dvd, e ovviamente nessun passaggio televisivo.
Il film definito a mio modo di vedere molto erroneamente una sorta di Thelma e Louise in versione noir, ha come protagoniste due amiche sbandate, di cui una si prostituisce per mantenersi.
Un giorno subiscono una violenza sessuale, da parte di alcuni ragazzi e da quel momento reagiscono con altrettanta violenza, viaggiando in giro per la Francia, commettendo ogni sorta di reato.
La regia è caratterizzata da una macchina a mano traballante che ci fa seguire tutte le atrocità in maniera molto dettagliata, non risparmiandoci alcun particolare.
Le atmosfere sono rappresentate in maniera molto cruda e realistica, nel pieno rispetto della storia: ambientazioni luride, camere di hotel, spazi metropolitani periferici e degradati, persone che vivono solo di notte, emarginati.
Le protagoniste sono predisposte al male, la vendetta è solamente una scusa per potersi nutrire di sesso e violenza.
E appunto le componenti chiave sono il sesso e la violenza.
Tutto viene mostrato, organi genitali, penetrazioni, violenza fisica e psicologica, con omicidi curati nel dettaglio perlopiù commessi con la pistola e scene di tortura molto d’impatto.
Sarebbe molto inopportuno relegare Baise moi nel circuito dei film porno, per almeno quattro scene di penetrazione ripresa in primissimo piano.
L’ho vista come una scelta registica nel voler rappresentare in maniera più realistica possibile la vita delle due protagoniste.
La colonna sonora è abbastanza anonima, non mi è sembrata molto curata, mentre le recitazioni funzionano.
Sinceramente non saprei dire se Baise moi sia un film riuscito o meno, oppure se mi è piaciuto, posso solamente affermare che è un film che può far male allo spettatore più sensibile e che rappresenta alla perfezione il degrado e l’abbruttimento dell’essere umano, complice un finale tanto straziante quanto cattivo e brutale.
Il film è vietato ai minori di diciotto anni
https://www.youtube.com/watch?v=p60xKBqyEOQ

Federico Tadolini

sabato 11 novembre 2017

Auguri per la tua morte



AUGURI PER LA TUA MORTE





https://www.youtube.com/watch?v=tfrf1RXP6YE

La celebre casa di distribuzione della Blumhouse torna in azione distribuendo questo film diretto da Christopher Beau Landon già regista del segnato (dal mio punto di vista l’unico film vedibile della serie di Paranormal activity) e di manuale scout per apocalisse zombie, sicuramente divertente ma niente di più.
La blumhouse è sinonimo di buonissima distribuzione nei cinema, ma non dà garanzie sulla qualità proposta, ovvero si può passare dai bellissimi sinister e get out-scappa, a cazzatone epocali come the lazarus effect e ouja.
Il problema maggiore di questi film è il pubblico: ovvero, le persone che si aspettano sempre il film che diventerà l’emblema di una rinascita.
Mi è capitato di leggere “ sarà il ritorno alla pura exploitation, il riscatto dello slasher”.
Premesso che lo Slasher in america è vivo e vegeto, e ci sono decine di case cinematografiche specializzate nella distribuzione di slasher indipendenti, a volte bisognerebbe godersi un film e parlarne dopo averlo visto.
Auguri per la tua morte, ruota intorno alla figura di una ragazza che giorno per giorno rivive il suo omicidio, risvegliandosi sempre nello stesso luogo, dove si è ritrovata proprio il suo giorno di compleanno.
Una trama già vista diverse volte (a me viene in mente il non eccelso film Le morti di Ian Stone), apparentemente articolata, ma che si sviluppa in una maniera non troppo difficile per lo spettatore.
La prima mezz’ora diventa una sorta di introduzione al personaggio chiave, e alla vicenda e magari può essere un pochino troppo lento, però nella seconda parte il film prende finalmente la direzione giusta, non tradendo le attese.
Già, ma quali attese? Semplicemente quelle di un film che sappia intrattenere e divertire senza volare troppo alto.
E direi che Auguri per la tua morte, sotto questo aspetto può funzionare, pur manifestando dei difetti sparsi per tutta la pellicola.
Del plot narrativo, ho già parlato, il film comunque riprende tutti e ripeto tutti gli stereotipi dello slasher, ovvero personaggi teen oriented, tutti abbastanza dementi, il campus universitario, un serial killer che può funzionare come sottotesto e il look del villain di turno, ovvero felpa e cappuccio nero con una maschera grottesca presa pari pari dal cinema horror degli anni ottanta.
La protagonista principale, è carina ma non esente da quelle caratteristiche chiave degli slasher anni ottanta: molto sboccata, tendente a relazioni affettive disastrose e dedita all’alcool, tanto da non ricordarsi con chi ha fatto sesso la notte precedente.
Il film risente dal mio punto di vista, di una certa mancanza di coraggio da parte del regista nel calcare la mano, far vedere qualcosina di più che il classico omicidio fuori campo e qualche schizzo di sangue.
Auguri per la tua morte, sembra un prodotto fatto e confezionato per tutta la famiglia, e questo stona un po’ con tutto il resto.
Le recitazioni sono funzionali, mentre lo score musicale composto da Bear McCreary funziona veramente bene.


mercoledì 25 ottobre 2017




BAMBOLE E SANGUE




A volte ci perdiamo questi piccoli cult, e devo dire grazie alla mia amica Federica Erra per averlo recuperato.
La trama ruota intorno alla figura di Cheril che dopo aver litigato pesantemente con la sua coinquilina, decide di fuggire e andare ad abitare nel motel gestito dal sua zia materna.
Ben presto viene a contatto con gli stranissimi ospiti dell’albergo, ognuno dei quali ha qualcosa nascondere.
L’elemento principale della pellicola è il voyerismo, la sessualità deviata, Cheril non ancora diciottenne si comporta come se fosse un adulta, accetta le avances del fotografo e del commesso del negozio di ferramente.
Il voyerismo entra prepotentemente in scena immediatamente, quando viene sorpresa ad origliare l’amica in un rapporto sessuale col suo compagno.
Bambole e sangue, che è un film del 1972, contiene un alto livello di morbosità e di audacia, dal fotografo che si rivelerà essere un trans gender, al prete amante del sadomasochismo.
La pellicola vive di contrasti, si passa dall’assolata spiaggia iniziale, al motel caratterizzato dalla sporcizia, da colori scuri e dalla degradazione degli inquilini.
Bambole e sangue è fatto di indizi seminati qua e là per il film, di scricchiolii, porte che sbattono, occhi che spiano, nel pieno rispetto del thriller anni settanta.
Il motel è perfetto, squallido quanto basta, come un perfetto catalizzatore dei reietti della società  americana.
La componente horror è presente soprattutto nel primo omicidio, veramente molto efficace, mentre l'aspetto sessuale è molto marcato, non tanto nelle scene di nudo, ma sotto l'aspetto concettuale, in ogni caso mai risulta volgare .
Film consigliatissimo, oserei dire quasi perfetto.
Federico Tadolini

venerdì 13 ottobre 2017

SNOWMAN



Film del 2017 tratto dal celebre scrittore noir, Joe Nesbo, di cui al momento non ho ancora letto niente .
Ero molto curioso di vedere questa pellicola, soprattutto per il ritorno al genere thriller di Thomas Alfredson, regista del bellissimo Lasciami entrare.
La trama ruota intorno alla figura di  un serial killer, che rapisce e uccide giovani donne, con l’arrivo della prima neve.
Tutte hanno in comune, grossi problemi famigliari, e sulla scena del rapimento, si nota sempre l’inquietante presenza di  un pupazzo di  neve.
A svolgere le indagini, troviamo Michael Fassbender, un detective la cui vita sta andando letteralmente a rotoli: alcolizzato, divorziato, quasi senza fissa dimora.
Dunque: un serial killer, un detective alcolizzato e con gravi problemi esistenziali.
Vi ricorda qualcosa?
Direi almeno un centinaio di film, e infatti il problema maggiore di Snowman, è il fatto di perdersi nel mucchio  in un genere che dopo il boom Hollywoodiano del capolavoro di Johnatan Demme, Il silenzio degli innocenti, ma non dimentichiamoci altri campione di incassi come Misery non deve morire, Seven e anche Saw, è stato molto inflazionato.
Anche lo sviluppo della trama, è molto lineare e già nell’incipit possiamo capire perfettamente i motivi legati a questi omicidi.
L’arma usata dal killer, è veramente molto simile a quella usata nel film Trauma di Dario Argento e se in quel caso, l’assassino uccideva con la pioggia, qua invece troviamo la neve.
La regia è molto attenta, precisa e sfrutta alla perfezione le meraviglie naturali norvegesi.
Le recitazioni funzionano, Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo, e si dimostra nuovamente un grande attore, ma anche i personaggi di contorno non demeritano, a parte un imbolsito Val Kilmer, ormai diventato  una macchietta.
La colonna sonora è interamente strumentale, a parte un ridicolo motivetto da discoteca che sinceramente a mio modo di vedere, stona e anche alla grande.
La prima ora della pellicola, si basa molto sull’attesa sfruttando l’elemento psicologico, mentre la seconda scorre in maniera più veloce, ma molto in linea con i thriller nordici, ovvero quasi del tutto abolita l’azione e maggiore attenzione sulla psicologia dei personaggi e sull’intreccio narrativo.
Snowman, è un film imperfetto, che si può vedere almeno una volta nella vita, ma che dubito possa essere apprezzato dal pubblico.


                                                                                                   Federico Tadolini

venerdì 15 settembre 2017

LEATHERFACE




https://www.youtube.com/watch?v=rO887nGGUoE

La domanda più immediata, sarebbe: era necessario un altro film su Leatherface, dopo che era stato già detto tutto sulla sua nascita e sulla famiglia?.
La risposta ovvia, sarebbe: no, siamo a posto così, anche ricordandoci dell’ultimo scialbo film della saga in 3d (di sicuro intrattenimento, ma il finale per carità….).
E invece dipende sempre da chi lo dirige, e questa volta uno dei motivi di maggior interesse appunto, è che alla regia troviamo Alexandre Baustillo e Julien Maury.
I due registi, i cui film purtroppo ( e per ragioni sconosciute) sono ancora inediti in italia, sono gli autori di quel capolavoro chiamato A l’interieur, autentica perla nel firmamento horror che diede il via a quel periodo in cui i francesi facevano da padroni nel cinema horror con pellicole come Alta tensione di Alexandre Aja, Martyrs di Pascal Laugier e Frontiere(s) di Xavier Gens.
Film estremi, brutali, sicuramente non adatti a tutti, ma capolavori assoluti.
C’è da dire che Baustillo e Maury non erano riusciti a confermarsi, a realizzare un altro film così potente, nonostante il discreto e sottovalutato Livide.
Leatherface, sposta il suo raggio d’azione verso la nascita del mostro, iniziando a descriverci la sua famiglia malata e dedita al male assoluto.
I due registi con estrema furbizia e perizia narrativa, usano questo sottotesto per introdurci le vicende di quattro evasi da un manicomio criminale che entrano nell’orbita della famiglia Sawyer.
I personaggi in Leatherface sono negativi, comprese le forze dell’ordine, violenti, selvaggi, senza possibilità di redenzione.
Le recitazioni sono molto convincenti, e i due registi spingono il pedale sull’acceleratore mostrando tutto, con primissimi piani su lacerazioni, tagli, ferite da armi da fuoco ecc, lo spettatore viene catapultato nel mondo malato di un’america sconfitta, delusa e senza speranza.
Alcune riprese ci rimandano direttamente al capolavoro di Tobe Hooper qui nelle vesti di produttore esecutivo, e lo score musicale di John Frizzell funziona a meraviglia.

Consigliatissimo a tutti.

venerdì 8 settembre 2017





                                                         The devil's candy





https://www.youtube.com/watch?v=7zEFE7wPepc


Il connubio tra musica heavy metal e cinema horror, non è mai stato troppo fortunato, ad eccezione del cult Morte a 33 giri, del recente e divertentissimo Deathgasm, poche altre pellicole, sono riuscite ad abbinare con successo questo connubio.
Anzi, a volte, una colonna sonora troppo “heavy” ha danneggiato proprio le ambientazioni del film, come in Sotto shock di Wes Craven.
Di questo The devil’s candy, se ne parlava parecchio, con opportuna campagna pubblicitaria costruita sapientemente e i recenti trailer censurati da youtube.
Sean Byrne dopo il discreto The loved ones, si presenta quindi con un altro horror e con un altro budget.
La trama è semplicissima, una famiglia costituita da un pittore, la bella moglie e la loro giovanissima figlia appassionata di heavy metal, si trasferiscono in una casa comprata a prezzo stracciato.
La dimora era stata testimone di un fatto di sangue, avvenuto mesi prima.
Ben presto il passato tornerà a reclamare il possesso della dimora.
L’elemento della possessione satanica, viene distribuito lungo la pellicola con la presenza di un insolito “villain “ che in un primo momento non potrà che strappare numerose risate al pubblico.
Una ridicola tuta rossa, grasso, pelato, impacciato nei movimenti e nei dialoghi.
Però nella sua goffaggine, funziona e sa essere inquietante nei punti dove serve più cattiveria, come nei sacrifici.
Purtroppo alcuni elementi che potevano essere sfruttati come l’anima venduta in cambio del successo, l’ambizione, la scelta di scendere a patti col demonio, non viene adeguatamente sfruttata dal regista, così come alcuni personaggi che invece dal mio punto di vista, funzionavano alla grande come i proprietari della galleria d’arte.

Ottima invece la colonna sonora e discrete le recitazioni, per un film che dal mio punto di vista si lascia vedere senza impegno, scorre via in maniera leggera, però rimane un netto passo indietro rispetto a the loved ones.

lunedì 24 luglio 2017





1. Presentati ai nostri lettori
 Ciao! Mi chiamo Samuel, sono un autore di fumetti, principalmente conosciuto con Iayafly. Ho 34 anni, lavoro nel campo del fumettoillustrazione da circa 10 anni, anche se come autore completo sono ancora un esordiente.


 2. Prima di Nine stones di cosa ti sei occupato principalmente, e qual è la tua formazione artistica? Ho lavorato per sei anni in uno studio di animazione 3d, come character design, storyboard-artist, colorkey-artist. Poi ho deciso di rimettermi a collaborare nell’ambito del fumetto, che è sempre stata la mia passione principale, prima come colorista, per la Francia e per la Disney America, poi come autore del mio progetto personale Nine Stones, con storia, disegni e colore interamente miei.
 3. Raccontaci il processo di realizzazione di Nine stones
 Nine Stones nasce tantissimi anni fa, i protagonisti sono nati come una sorta di “sfogo artistico” per sublimare la mia disforia di genere. Negli anni li ho sviluppati meglio, sono cresciuti con me, fino a quando non ho trovato il coraggio di tirarli fuori in un progetto concreto, nel 2016. Ho cercato di strutturare la storia mettendoci tutte le influenze che mi hanno costruito artisticamente e narrativamente, superando la paura del giudizio: è una storia piuttosto “scomoda”.


 4. Hai avuto difficoltà nel farti pubblicare un’opera così controversa?
No, perché è stato in primis l’editore ad avere preso notevole coraggio, proponendomi la pubblicazione. Ovviamente L’EDITORIALE COSMO, l’artefice dell’edizione cartacea, ha fatto davvero un azzardo a portare Nine Stones in edicola, un fumetto con un certo stile di disegno “manga europeo”, provocatorio, con una storia cruda e delle tematiche così delicate. Quindi il merito va prima di tutto a loro.
 5. Nine stones, dal mio punto di vista è un’opera molto “musicale” con personaggi che potrebbero essere ricondotti a diverse scene. Quali sono stati i tuoi ascolti durante la sua realizzazione?
Tutte le scene sono state ispirate da molti gruppi musicali, che mi facevano da colonna sonora, proprio perché la storia l’ho concepita immaginando di girare un film, non di disegnare un fumetto. Ci sono stati parecchi gruppi e cantanti che mi hanno aiutato molto, per esempio Alex Turner, che io adoro follemente in tutte le cose che fa, sia con gli “Arctic Monkey” che con i “The Last Shadow Puppet”. Un altri gruppi che sentivo spesso sono i “Tame Impala”, i “Radiohead” ma in primis fra tutti “Il Teatro Degli Orrori” che amo talmente tanto da averli citati nel fumetto con il brano “Lezione di musica”.


 6. Oltre che musicale, l’ho trovata una storia molto cinematografica, ci sono possibilità di vedere una possibile trasposizione filmica?
 Il mio sogno è di vedere la serie televisiva live, non animata, ma con attori in carne e ossa. Perché è così che l’ho pensata in realtà, divisa in stagioni, e con finali cliffhanger studiati apposta. Spero succeda davvero!


 7. Quali sono i tuoi prossimi impegni lavorativi?
 Ce ne sono davvero molti, tra cui il seguito di Nine Stones, ma per altri non ne posso ancora parlare, posso solo annunciare il prossimo progetto a fumetti, in ordine di tempo, che stiamo presentando a Lucca 2017 insieme al mio compagno Davide La Rosa che scrive la storia. E’ un fumetto che non ha nulla a che fare con il genere di Nine Stones, è molto più delicato e romantico, dal titolo “Agata e il Birch”.


 8. Cosa ne pensi dell’attuale panorama fumettistico italiano?
 Che è pieno di giovani talenti emergenti che stanno sbocciando, che molti editori stanno riuscendo a cogliere e valorizzare nonostante la crisi economica. E molti lettori adolescenti si stanno riavvicinando al panorama fumettistico italiano, che era rimasto un po’ indietro per quanto riguarda le tematiche affrontante nelle storie, più rivolte agli exadolescenti anni ’80 che agli attuali. Sono davvero positivo per il futuro


Federico Tadolini

giovedì 15 giugno 2017





NERVE





Ormai siamo diventati una società popolata da automi, totalmente dipendenti dal telefono cellulare e dalla società che impone di apparire a tutti i costi.
Questo è il concetto su cui si basa questo thriller del 2016, arrivato da noi in netto ritardo rispetto al resto del mondo.
Tanti film si sono occupati della società corrotta, dei giovani manipolati dai media e asserviti a cazzatone letali per apparire quello che poi non sono.
Nerve, tratta di un gioco virtuale dove sono proprio gli spettatori che dettano le regole e decidono le sfide da proporre ai protagonisti.
Sfide sempre più rischiose, in palio c’è una bella somma di denaro e tantissima popolarità .
Ovviamente, i due registi scelgono come personaggi esclusivamente giovani, tutti caratterizzati in maniera semplice ma tremendamente efficace.
Ci sono le due migliori amiche, che segretamente sono gelosissime l’una dell’altra, c’è il ragazzo sfigatissimo innamorato di una di loro, c’è il bello e misterioso che rapirà il cuore della protagonista.
Ma soprattutto i veri protagonisti, sono i giovani 2.0 e il mondo virtuale.
La colonna sonora funziona perfettamente in bilico tra musica elettronica e synth pop, la regia è molto buona così come la fotografia in stile videoclip che farà storgere il naso ai puristi del cinema, ma in questo contesto funziona perfettamente .
Fino a quindici minuti dal termine, avrei parlato di un film veramente riuscito, cattivo, duro, secco, che riesce a disorientare lo spettatore e a farlo riflettere sul pericolo di questi nuovi media, senza dover ricorrere a scene d’impatto.
Però purtroppo con un finale a tratti imbarazzante, letteralmente buttato via e votato ad un buonismo assurdo tanto quanto ruffiano e paraculo, si riduce ad un semplice film discreto, che non annoia mai lo spettatore, ma che nasconde il braccio dopo aver lanciato un bel sasso pesante.



Federico Tadolini


venerdì 26 maggio 2017





47 METRI





Negli ultimi anni, sembra abbia ripreso il via il filone degli shark movie, divisibili in due filoni nettamente distinti, ovvero le produzioni  di b movie in stile super trash come il celebre Sharknado, ma anche un recente film con Dolph Lundgren e summer shark attack (di recente distribuito in dvd, ed è uno spasso tra arti mozzati in plastica e scene ultra splatter che però fanno ridere da tanto che sono artificiali).
In questo filone “acquatico” trash ci possiamo inserire anche dei parenti degli squali, ovvero i famelici piranha, con Piranha 3d di A.Aja (che comunque rimane un grandissimo regista), film gradevolissimo a base di tette, culi, e splatter.
Pochi anni dopo venne realizzato Piranha 3dd dal regista di Feast, in versione ancora più trash.
Parallelamente a questo filone di puro e semplice intrattenimento, l’anno scorso uscì Paradise beach, dove la presenza dello squalo era un puro e semplice sottotesto narrativo, mentre la protagonista era “l’istinto di sopravvivenza “ della ragazza.
Tutto sommato un buon film, poco capito da chi si aspettava il classico shark movie.
Il 25 maggio 2017, invece è uscito da noi questo 47 metri.
Devo dire, che alla prima del film, ha ricevuto un flop colossale, ovvero in sala eravamo cinque persone, cosa abbastanza discutibile visto che era un’anteprima e che non erano usciti i film che sbancano i botteghini in italia, ovvero le commedie sceme e i drammi esistenziali, con la patina buonista servita su di un piatto d’argento.
Nutrivo forti dubbi al riguardo del regista, Johannes Roberts, dopo il flop colossale del precedente film The other side of the door, un horror americano che copiava tutti gli stilemi dell’horror orientale, fugace apparizione in sala, e nemmeno distribuito in dvd.
L’intreccio alla base di 47 metri, nasce in maniera semplicissima e anche scontata, ovvero due sorelle dal carattere diametralmente opposto, che decidono di fare un immersione nell’oceano, chiuse dentro una gabbia metallica, a stretto contatto con lo squalo bianco.
Qua la sceneggiatura va decisamente a farsi fottere: una di loro, non ha mai fatto un immersione in vita sua, e decide di farla nell’oceano, chiusa dentro una gabbia?.
Inoltre decide di avventurarsi in questa folle avventura in compagnia di due perfetti sconosciuti, su di un imbarcazione che è un gozzo arrugginito e una gabbia che sembra uscita da una rimessa di cose usate ?.
Come faranno a rimanere sul fondo degli abissi? Si, avete indovinato, con una soluzione narrativa che più semplice non si poteva.
E proprio per questo, ho nutrito parecchi dubbi al riguardo della buona riuscita di questa pellicola, che procede comunque in maniera discreta per la seguente ora, tra ottime riprese subacquee e gli attacchi del predatore dell’oceano, realizzati in maniera egregia .
Il film, mantiene il carico di angoscia e claustrofobia, senza nessun cedimento, basandosi su due soluzioni: 1- i tentativi delle due ragazze nel risalire con i seguenti messaggi dalla radiolina 2- la sopravvivenza delle protagoniste che devono stare attente alla scorta di ossigeno e agli attacchi dello squalo.
La regia è buona, così come le recitazioni, tra cui svetta Matthew Modine nel ruolo del capitano del peschereccio, ottima la colonna sonora.
Quindi, 47 metri è un film che non annoia, che si lascia vedere, ma che mi ha lasciato perplesso per alcuni buchi narrativi, veramente indifendibili.



Federico Tadolini